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La Bellezza secondo me o secondo l’algoritmo? – Intervista ad Emiliano Sciarra

“Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace” recita il famoso proverbio, rifacendosi alla   soggettività del concetto bellezza. Sembra infatti che ogni specie animale abbia una sua idea di bellezza ed in particolare nella specie umana la soggettiva esperienza del bello sembra essere una delle emozioni più forti.  Abbiamo affrontato in altre occasioni questo tema, molto caro al mondo di Helixphi ed oggi lo facciamo con Emiliano Sciarra il noto ideatore del gioco Bang, esperto di algoritmi, di informatica e di giochi.  

Ciao Emiliano e benvenuto nel salotto virtuale di Helixphi.
Noi ci conosciamo personalmente già da un po’, per cui ho pensato: quale migliore occasione per una piacevole chiacchierata con te per parlare di un argomento molto interessante come l’algoritmo della bellezza!

Ma cos’è un algoritmo e in quale modo si lega alla percezione della bellezza?

Algoritmo” è una parola di origine araba (derivata dal nome del Al-Khwarizmi, grande matematico e astrologo del IX secolo) oggi usata principalmente in Informatica e che in pratica definisce un procedimento dettagliato per svolgere un compito. Questo concetto non è ristretto solo alle istruzioni che deve eseguire un computer, ma può essere applicato ovunque ci sia una certa formalizzazione del procedimento, cioè istruzioni passo-passo messe per iscritto. Per esempio, si può scrivere l’algoritmo per la preparazione del caffè o per la sostituzione di una lampadina. Che poi un computer sappia effettivamente eseguire un dato algoritmo è in realtà un fatto secondario. Si usano i computer perché gli umani sono lenti e proni all’errore in queste procedure noiose e sostanzialmente stupide, dove si devono pedissequamente seguire delle istruzioni senza apportare alcun contributo creativo.

È chiaro che l’applicazione degli algoritmi è praticamente infinita: ogni processo che abbia un obiettivo può essere descritto tramite un algoritmo, quindi anche la percezione della bellezza. Basta fornire dei parametri misurabili (simmetria del volto, proporzioni dei tratti del viso, dimensioni di occhi, naso e bocca ecc.) e ideare una formula che metta insieme questi numeri per tirare fuori un responso.

Attenzione però: scrivere un algoritmo non vuol dire necessariamente che questo avremmo sempre un risultato corretto! Se, per tornare al caffè, determino che la moka debba stare sul fuoco per mezz’ora, avrò il mio algoritmo formalmente ineccepibile, ma un caffè disgustoso (e una moka fusa e inservibile). 

Ci puoi spiegare quali parametri estetici sono misurati dall’algoritmo per definire il bello?

Come ho accennato, si tratta di trovare dei parametri oggettivamente misurabili come le proporzioni e le dimensioni delle parti del viso o del corpo. Però un conto è stabilire dei parametri, un altro capire se quei parametri siano giusti: per questo un “algoritmo della bellezza”, per sperare di essere accettabile, deve passare per accurati studi di percezione e psicologia per capire, prima, cosa noi intendiamo per “bello”. 

Solo dopo si può passare a definire anche delle soglie numeriche oltre le quali il computer “decide” che si possa parlare di “bello”, appunto. Peraltro, se parliamo di bellezza estetica, faccio notare che questi parametri sono strettamente legati anche a fattori sociali e culturali. In passato una donna che oggi sarebbe probabilmente considerata in sovrappeso era invece un canone di bellezza, come possiamo vedere per esempio dalle opere artistiche del Rinascimento. Perfino in questi tempi di omologazione culturale abbastanza spinta ci sono delle differenze: per esempio negli Stati Uniti un fondoschiena “importante” è ritenuto un pregio, da noi spesso un difetto.

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Secondo l’algoritmo, uomini e donne percepiscono il bello alla stessa maniera?

Dipende dall’algoritmo, ma credo che alcuni canoni generali siano universali visto che sono condivisi praticamente da tutti. Poi ovviamente ci sono delle differenze di genere in come viene percepita la bellezza: per esempio è noto che le donne diano più importanza alle mani rispetto agli uomini, per i quali queste sono un dettaglio insignificante. Inoltre qualche dettaglio di per sé stonato come una piccola cicatrice o il famoso “strabismo di Venere” può spesso aumentare l’interesse per un volto. Tutte questi dettagli andrebbero inseriti in un algoritmo sulla bellezza, ma si capisce quanto sia difficile quantificare certe informazioni. 

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ph. credits: Ospan Ali su Unsplash

Indubbiamente la soggettività umana è alla base della nostra percezione del bello. Questo è un concetto molto affascinante che apre molti spunti di riflessione, non trovi?

 I risultati spesso deludenti degli algoritmi di bellezza derivano innanzitutto dal fatto che non sono così completi, cioè non prendono in considerazione tutto quello che noi, inconsciamente, mettiamo sul tavolo quando si tratta di decidere se qualcosa è bello o meno, e questo perché ancora non abbiamo ben chiaro quali e quanti siano questi fattori. Poi c’è un aspetto personale, per cui come giustamente ricordato “non è bello cioè che è bello ma ciò che piace”: quindi potremmo dire che ognuno ha il suo algoritmo personale per la bellezza.

Infine non dimentichiamo che, al di là dei canoni estetici, ci sono anche per tutta una serie di altri parametri che determinano quello che possiamo definire come “fascino” e che sono estremamente difficili da misurare in numeri: l’intensità dello sguardo, l’espressione, il tipo di sorriso e così via; e siamo solo al lato estetico perché altrimenti entrano in gioco il modo di atteggiarsi, di parlare, di pensare, di ridere… Per questo molte volte storciamo giustamente il naso di fronte ad annunci senzionalistici come “trovato il volto perfetto” o “ecco il canone definitivo di bellezza” quando poi confrontiamo il risultato con le nostre convinzioni.

Conclusioni

Come si è visto, parlare di un algoritmo assoluto della bellezza è piuttosto utopistico e lascia letteralmente il tempo che trova, perché varia da epoca a epoca e anche in base alla zona geografica di riferimento. Questo non significa che non esista il bello, al contrario: benché l’arte moderna spesso tenda ad affermare il contrario, trovo che ci siano alcuni parametri che potremmo definire oggettivi, altrimenti non si spiegherebbe perché la stragrande maggioranza delle persone trovi più o meno “bello” qualcosa: il fatto che non ci sia una distribuzione uniforme implica che non sia casuale. Questo fa pensare che esista un Modello ideale, misterioso, a cui tutti tendiamo e che vorremmo disperatamente trovare nel mondo imperfetto in cui ci troviamo: ma, essendo un ideale di perfezione, è naturalmente su un piano differente, per cui ci dobbiamo accontentare qui di approssimazioni – il che comunque non ci impedisce di continuare a cercare.

Grazie Emiliano per questa conversazione interessante e coinvolgente! Ci auguriamo di poterci confrontare anche in futuro su questi o altri temi, magari dal vivo. Vieni a trovarci quando vuoi la nostra rubrica sarà sempre ben lieta di ospitarti!

Emiliano Sciarra

Emiliano Sciarra (Civitavecchia, 1971) è autore di giochi, saggista e musicista. Laureato in Tecnologie Informatiche, è da sempre appassionato di giochi e videogiochi. Inizia con i videogiochi ma il grande successo arriva nel 2002 con Bang!, tuttora il gioco da tavolo italiano più venduto nel mondo. Tiene corsi sui giochi e ha sviluppato progetti in collaborazione con l’ONU e altre realtà per giochi con finalità didattiche e culturali. Dai suoi studi sul gioco e sulla ludologia, che presenta in vari simposi internazionali, sono scaturiti i saggi L’Arte del Gioco (2010), Il simbolismo dei giochi (2017) e L’Autore di giochi (2018). È anche Direttore Editoriale della collana “InGioco” della Unicopli e dell’Accademia “YouGameDesign” per aspiranti autori di giochi. Autore di colonne sonore per film e spettacoli teatrali, è studioso anche di antiche tradizioni, religioni comparate, storia, architettura e scienza delle stelle, argomenti su cui tiene conferenze in tutta Italia.

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